Dove tutto è cominciato…

Emanuele running

La bicicletta è stato il mio primo amore in campo sportivo. Oltre al piacere della velocità, sin da bambino mi dava la grande possibilità di esplorare, oltre a darmi indipendenza ed autonomia.

Fno ai 15 anni era il mio divertimento preferito.

Sono sempre stato molto magro e gracile. All’età di circa 16 anni, stufo di essere debole e timoroso di tutto, ho deciso di dare una svolta alla mia vita impegnandomi nelle arti marziali. Prima timidamente con lo Yoseikanbudo, disciplina che, in quanto tale, era troppo limitata e limitante. Decisamente non adatta al mio spirito irrequieto di quegli anni…

Passai a praticare  Kickboxing in una piccola palestra con un maestro molto preparato nonostante fosse molto giovane. Seguiva la filosofia di Bruce Lee ed il suo approccio al combattimento ed alla vita mi hanno affascinato ed introdotto ad un modo di pensare trasversale e dinamico che mi accompagna tutt’ora. Gli allenamenti durissimi hanno fortificato il mio carattere, oltre al mio corpo, demolendo molte delle paure che mi limitavano nello sperimentare la vita.

Se da un lato però la preparazione, sia da un punto di vista fisico che tecnico,  era di ottimo livello, dal punto di vista agonistico non era decisamente adatta al mio carattere. Infatti le mie prestazioni in gara sono state molto irregolari alternando pareggi e sconfitte con avversari spesso inferiori tecnicamente, a qualche vittoria ottenuta grazie ad una determinazione che, con il tempo, avrei imparato a conoscere meglio.

Seguendo gli interessi di mio padre avevo sviluppato una grande passione per la Formula 1. Forse è meglio dire che Ayrton Senna aveva su di me un fascino molto particolare. La sua morte è stata un trauma grandissimo e smisi di seguire quel mondo, privo del mio eroe.

Crescendo ho maturato l’amore per le moto da corsa e per tutto quello che ruota attorno a questi mezzi meravigliosi. Dopo aver lavorato moltissimo, all’età di 23 anni,  sono riuscito ad acquistare la moto dei miei sogni con la quale ho imparato a guidare, dato che ero sprovvisto di qualsiasi tipo di patente. Quello che pensavo fosse emozionante si è rivelato magico. Guidare mi riusciva piuttosto bene per cui, dopo due anni trascorsi pericolosamente su strada, capii che il circuito era il luogo migliore dove sfogare questa grande passione e, soprattutto, dove potermi esprimere in tutta sicurezza.

Ho frequentato i migliori circuiti italiani da autodidatta imparando a conoscere i vari aspetti del mezzo, delle tecniche di guida e, soprattutto, le vie di fuga! Dopo una sola stagione mi riusciva tutto abbastanza naturale ed i tempi sul giro erano più che discreti. Allora si è manifestato in me lo spirito della competizione, una vecchia conoscenza che quando si trattava di salire sul ring si nascondeva non so dove, impedendomi di rendere al meglio.

In moto la situazione si era ribaltata e, nonostante vedere gli altri piloti dal muretto dei box mi facesse letteralmente paura, una volta abbassata la visiera l’unica cosa che sentivo dentro di me era la grandissima voglia di andare più forte, sempre più forte….

Ma non rispetto ai miei avversari.

Avendo iniziato molto tardi non avevo grandi mire agonistiche, anche se i miei tempi miglioravano costantemente. La motivazione più grande, la spinta più forte era quella di migliorarmi, di fare sempre meglio, di andare sempre più forte, di capire le traiettorie, di gestire questo fantastico mezzo meccanico e soprattutto le emozioni.

Pilotare vuol dire gestire una marea di parametri in una frazione minima di tempo mantenendo il pieno controllo delle proprie emozioni. E’ una combinazione magica di prestazione fisica, preparazione tecnica ed autocontrollo. Quando capitava il giro buono e tutte queste cose funzionano in modo integrato, la soddisfazione era tale per cui iniziavo a gridare nel casco dalla felicità e dal divertimento.

Per mantenere una buona forma fisica continuavo a praticare Kick Boxing integrando delle brevi corse. Il risultato era ottimo, non ho mai dovuto rallentare per affaticamento ne in prova, ne in gara.

Ripensandoci mi viene da ridere… una volta, in Spagna per dei test con il mio team, dopo una giornata di prove corsi per tutta la lunghezza del circuito di Cartagena,  che presentava dei dislivelli… finii il giro esausto….

Da allora iniziai ad allungare le mie uscite di corsa con il solo obiettivo di guadagnare un po’ più di autonomia. Purtroppo il mondo delle corse non era compatibile con le mie risorse finanziarie per cui mi dovetti fermare. Certe circostanze mi diedero l’opportunità di organizzare un break di un mese. La perfetta occasione per godersi un po’ di mare e di sole durante il rigido inverno Trentino. Dato che per me vacanza vuol dire potermi concentrare su quello che mi piace, decisi di passare un mese in Tailandia per allenarmi in una palestra di Mauy Thai, come un professionista. Temprare il fisico e migliorare la tecnica per trovare nuovi obiettivi.

Parte integrante delle sessioni quotidiane era una corsa di circa 5 Km, verso le 7:00 del mattino, prima dell’allenamento. Correre in un ambiente così diverso da quello abituale aveva un fascino incredibile. Gli allenamenti erano a dir poco massacranti; passare dalle 4 ore settimanali di allenamento in Italia alle 24 ore (almeno 4h al giorno per 6 giorni) in Tailandia non è stato affatto facile.

Uno dei più grandi pregi degli allenatori Thai, tutti ex combattenti professionisti, era quello di portarti al tuo limite, sia fisico che tecnico, in modo estremamente graduale, ma inesorabile. L’aspetto grandioso è che non c’era la minima pressione e cercavano sempre il modo per farti divertire e divertirsi.

io lo definivo come un modo per ucciderti con il sorriso sulle labbra.

Durante la mia permanenza in Thailandia non mi rendevo minimamente conto dei progressi che stavo facendo; la differenza di livello era tale per cui come conseguenza dei miei miglioramenti, gli istruttori alzavano progressivamente l’asticella. La cosa che rendeva tutto estremamente piacevole, nonostante la durezza e l’intensità di tutte le sessioni, era l’umiltà ed il rispetto che gli istruttori dimostravano per il mio impegno e la mia determinazione. Una volta tornato in Italia compresi il livello che avevo raggiunto in termini di potenza e di resistenza alla fatica, oltre al livello tecnico. Ero impressionato da quello che avevo ottenuto in un solo mese.

La cosa più preziosa che ho però imparato, oltre ad acquisire una consapevolezza più profonda delle mie potenzialità e capacità, è che combattere non è adeguato al mio carattere, soprattutto in occidente dove l’avversario ha l’obiettivo di massacrarti invece che di misurare la sua preparazione con la tua. Inoltre avevo avuto l’ulteriore conferma che il mio avversario preferito sono io stesso. Decisi di smettere con la Kickboxing.

La preparazione fisica mi aveva permesso di guadagnare molta autonomia in termini di corsa, per lo meno più di quanto ne avessi avuta prima di questa grande esperienza. Dopo un primo periodo di relax, anche dovuto al rigido inverno Trentino, il bisogno di allenarsi con la stessa frequenza era fortissimo. Impostai quindi la mia routine alternando allenamenti in palestra alla corsa, regolarmente. Ho continuato per un anno con il solo scopo di rimanere in forma, ma iniziavo ad annoiarmi.

Un bellissimo giorno di tarda estate del 2007 decisi di correre per 20 km per il solo piacere di stare fuori più tempo. Non avevo mai misurato con precisione ne tempo ne distanze percorse in allenamento. Ad ogni modo credo di non aver mai superato i 10 Km prima di allora. La magia è avvenuta a circa 17 Km. Ero stanco morto, non avevo portato acqua con me, avevo male ovunque ma, nonostante ciò, quando capii di essere quasi arrivato il mio corpo ha iniziato a funzionare meglio di quando fossi partito, la mia corsa è diventata più veloce e fluida ed ho concluso con quella che oggi definirei una buona progressione.

Quello è stato il momento in cui ho iniziato a correre veramente.

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